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Intervista a Filippo Rametta

Intervista di Bianca Lucia Mazzei

 

Trent’anni di psicoterapia sono tanti. Dì la verità, alla fine, non ci si stufa di ascoltare i problemi degli altri: storie di conflitti con i genitori, amori finiti, incomprensioni con i figli, insicurezze interiori, angosce esistenziali e chi più ne ha più ne metta?

“Per fortuna ancora no. In realtà i miei clienti (preferisco dire clienti e non pazienti) continuano a sorprendermi ed emozionarmi. Mi fanno diventare una specie di viaggiatore invitato ad uscire da se stesso e dai suoi problemi ordinari per attraversare culture individuali e mondi emotivi sempre nuovi”.

A rispondere, con un’aria pacata e un po’ ironica, dietro cui nasconde con pudore la passione per la sua professione, Filippo Rametta, psicoterapeuta e direttore dell’associazione culturale Aretusa, che egli stesso ha fondato.

“Le persone – continua Rametta – non sono sdraiate su un lettino. Mi siedono di fronte, mi guardano negli occhi, mi raccontano la loro vita, le loro storie, e cercano di entrare in contatto con me. Anche dopo trent’anni, questo lavoro continua ad appassionarmi perché, ogni volta, i clienti riescono a catturare la mia attenzione, con la loro incredibile capacità di inventare modalità sempre nuove per affrontare problematiche antiche”.

Cos’è che ti protegge dalla noia e dalla trappola del “già visto, già sentito, già detto”?

“Se trasferissi su chi mi sta di fronte solo le mie rappresentazioni mentali, se cercassi di comprendere la persona solo attraverso le categorie preconfezionate della psicopatologia, allora sì che mi annoierei, e molto anche. Ma è qualcosa che cerco in tutti i modi di evitare perché ciò che mi arricchisce è farmi sorprendere dall’individualità delle persone, dalla loro unicità, dalla loro creatività spesso nascosta”.

Nulla a che fare, quindi, con gli strizzacervelli del cinema, quelli che, mentre il paziente parla pensano ai fatti loro, ormai stanchi di sentirsi raccontare sempre le stesse cose. Ma qual è il segreto di un incontro vero, fuori dagli schemi e dai pregiudizi?

“Andare incontro all’altro vuol dire, metaforicamente, farsi in qualche modo contagiare, in parte confondersi reciprocamente, entrare profondamente in relazione. E il rapporto io-tu crea una realtà del tutto nuova che è il noi. Ma, forse, dovremmo dire tu-io, poiché questo sottolinea il fatto che l’altro rimane nella sua totalità inconoscibile”.

Inconoscibilità dell’altro nella sua totalità. Detto da uno psicoterapeuta suona strano e affascinante al tempo stesso. Ormai siamo abituati alla proliferazione di personaggi (analisti, psicologi, psicoterapeuti, conduttori televisivi, tuttologi di varia specie) che hanno una spiegazione per tutto. Non gli sfugge nulla: perché è successa una tale cosa, quali emozioni hanno provocato un determinato comportamento, quali blocchi ne hanno impedito un altro. Un po’ di umiltà quindi non guasta…Ma, assodato che nessuno di noi, neanche uno psicoterapeuta può conoscere fino in fondo un’altra persona (e forse neanche se stesso), in che modo si possono aiutare le persone a superare i loro problemi? In altre parole, come avviene, se davvero avviene, la “cura”?

“Se mi chiedi cos’è che veramente cura, non ti so rispondere. E’ un po’ come quando si parla d’amore: la scienza può descriverlo, studiarlo, ma non certo dire cosa sia. Quello che funziona in un rapporto terapeutico, infatti, non è l’approccio, la filosofia di riferimento, ma la relazione. Anche se non ne possiamo essere certi spesso, ad un certo punto, la cura avviene. E, a pensarci bene, questo è un principio che vale per tutta la nostra esistenza, anche al di là della psicoterapia: le cose accadono. Spesso il compito di un terapeuta, il mio compito, è quello di creare le condizioni perché questo succeda il più presto possibile e nel modo migliore.”

Che vuol dire “curare” qualcuno dal punto di vista psicologico?

“Ogni terapeuta, così come ogni scuola ha sempre un ideale, un modello di benessere cui fa riferimento. Si può pensare che “curare” qualcuno voglia dire farne una persona perfettamente adattata all’ambiente, senza conflitti con il mondo che la circonda. Ma si può perseguire anche l’obiettivo opposto: favorire l’autoaffermazione, il rafforzamento delle capacità indipendentemente dal contesto, la consapevolezza delle proprie risorse e la capacità di esprimerle e farle valere sempre e comunque. E, da diversi anni, è ormai questa la tendenza dominante.
Io credo che il segreto sia nel ritmo, nella danza che permette di esprimere le proprie esigenze nel rispetto di quelle altrui, di tutelare se stessi senza prevaricare chi ci sta intorno. E’ un equilibrio dinamico in cui il riconoscimento dei propri bisogni è strettamente legato al riconoscimento dei bisogni degli altri. La chiamerei “espansione sostenibile dell’Io”. Per essere chiari: il mio benessere non può basarsi sul malessere di qualcun altro”.

Trovare un equilibrio fra le proprie esigenze e quella degli altri sembra un’affermazione incontestabile, un principio di buon senso. Purtroppo, però, sappiamo tutti che non è così. Come si fa a non passare dal vittimismo alla prevaricazione?

“Provando a sviluppare un buon contatto con se stessi e con l’ambiente che ci circonda. E’ la stessa dinamica su cui dovrebbe basarsi una coppia: esprimere se stessi senza smettere di riconoscere l’altro. Se, per esempio, si lavora sulla rabbia repressa, bisogna favorire la possibilità di contattarla e di esprimerla per evitare che si trasformi, magari, in risentimento. Ma è necessario che si cerchi anche la responsabilità, integrando il bisogno di esprimerla con le conseguenze che le modalità della sua esternazione ha sugli altri. La gestalt, che è l’approccio che seguo come psicoterapeuta e a cui si ispira anche l’associazione Aretusa, mette a disposizione diverse tecniche che permettono alle persone di sperimentare sia le loro emozioni che le possibili reazioni degli altri”.

Ecco, siamo arrivati alla gestalt. Allora cerchiamo di fare un po’ di chiarezza visto che in mezzo a tutte queste sigle (freudiani, junghiani, esistenzialisti, umanisti, reikiani, bioenergetici ecc.) è più facile perdersi che ritrovarsi. Cosè la gestalt? Che significa il termine Gestalt?

“Gestalt è una parola tedesca che vuol dire forma, configurazione…e si base sulle ricerche relative al modo di percepire il mondo esterno. Sullo studio, cioè, del modo in cui ci rappresentiamo la realtà attraverso i sensi”.

Un esempio?

“Prendiamo gli stimoli uditivi. Come facciamo a distinguere una voce o una musica in mezzo ad altri rumori? Cos’è cioè che ci permette di separare uno stimolo dagli altri, di mettere in primo piano alcune percezioni e relegare tutte le altre sullo sfondo? Erano questi i quesiti cui all’inizio del ‘900 diversi psicologi hanno cercato di dare una risposta”.

Ci sono riusciti?

“Hanno scoperto che ogni persona tende a organizzare le informazioni che arrivano dai sensi intorno a un significato. E quelle mette in primo piano. Il resto lo lascia indietro perché appunto non significativo. Ne risulta quindi, che la percezione è la tendenza all’attribuzione di un senso”.

L’idea è quindi che nella percezione non siamo solo dei passivi ricettori di stimoli ma che, anzi, li selezioniamo e li raggruppiamo in modo tale che acquistino un significato. Ma che c’entrano queste considerazioni scientifiche con la psicoterapia e con la possibilità di aiutare le persone a risolvere i loro problemi o a superare i momenti difficili della vita?

 

 

 

“L’apporto fondamentale è stato scoprire che noi costruiamo e correggiamo la realtà. Se vedo una serie di punti non dico ecco una serie di punti ma questo è un cerchio. Allo stesso modo se ho un’idea di mio padre come una persona autoritaria tendo a mettere in primo piano tutti gli elementi che confermano questa rappresentazione e a relegare sullo sfondo quelli che, invece, la mettono in discussione. Importantissima è inoltre l’attenzione al contesto. Nella percezione il contesto è fondamentale (si pensi ad esempio ai colori). E, allo stesso modo, qualsiasi frase o azione assume un valore e un significato diverso a seconda del contesto. Prendiamo la domanda come mi vedi?. Il significato è diversissimo a seconda che venga posta a un medico o a un amico”.

Questo vuol dire che non esiste una soluzione identica per tutti, né per lo stesso individuo a prescindere dalla situazione in cui vive. Un comportamento “positivo” in un determinato ambito potrebbe cioè diventare “negativo” in un altro….

“Uno dei capisaldi della Gestalt è il sistema di adattamento all’ambiente. Ognuno di noi, nel corso della sua vita, ha sviluppato un modo tutto suo di entrare in contatto e reagire a quello che si è trovato intorno. Spesso si tratta di qualcosa di cui si è inconsapevoli e che, in maniera quasi automatica, tendiamo a riproporre in ogni tipo di contesto. Le tecniche della gestalt cercano di far sperimentare alle persone nel qui ed ora i propri meccanismi in modo da diventarne coscienti e poterli adattare alle diverse situazioni. E l’elemento corporeo è importantissimo poiché concentra l’attenzione sull’oggi e sul modo in cui vengono rivissute nel qui ed ora le esperienze del passato. L’importanza dell’esperienza nella Gestalt è tale che un altro nome possibile per questo approccio era quello di psicoterapia dell’esperienza”.

E cioè?

“Vuol dire che ciò che può dare una possibilità di trasformazione della personalità non è solo il ricordo di ciò che è stato ma, soprattutto, la sperimentazione di come si vive oggi l’esperienza del passato. Solo attraverso l’esperienza si interviene sul comportamento. E va sottolineato che la Gestalt usa il corpo del paziente nella sua azione”.

Tutto questo dovrebbe aiutare a diventare più consapevoli di se stessi e, quindi, più capaci di indirizzare le proprie energie e valorizzare le proprie risorse. Uno slogan potrebbe essere “più padrone della tua vita”. Ma a te cosa a dato la Gestalt? Perché l’hai scelta?

“Vengo da percorsi e esperienze diverse. Della Gestalt mi hanno colpito due cose. Innanzitutto la sfida dell’essere autentico, ossia dell’assumermi fino in fondo la responsabilità di quello che sono, nel bene e nel male. E poi il riconoscimento dell’esistenza, delle esigenze e delle potenzialità dell’altro”.

E siamo tornati alla relazione con l’altro, all’apertura alla diversità. In un film su Pirandello girato diversi anni fa dai fratelli Taviani c’è una scena bellissima in cui lo scrittore va a trovare la madre in un’antica villa siciliana. La vecchia signora è al centro di una grande sala, seduta su una poltrona. Parla poco, ma alla fine, guarda il figlio negli occhi e mentre la telecamera sposta l’inquadratura sulla sua mano dove sembra che la vita si sia divertita a disegnare rilievi con il rosso delle vene e le linee delle rughe, dice: “Ricorda Luigi, la forza non è questo” e stringe le dita in un pugno “ma questo” e le apre con lentezza finché nello schermo non rimane altro che una mano spalancata. E’ così? La forza è l’apertura agli altri?

“Bisogna accettare che l’altro sarà sempre e comunque un’anima libera dalle mie categorie. Ed è questo che mi consente di uscire in parte da me e, al tempo stesso, di toccare il mio limite. Oggi spesso si vede il limite solo come una costrizione da cui liberarsi. In realtà, se lo si intende come confine è qualcosa di molto diverso. E’ ciò che mi permette di definirmi. Alla base di molti malesseri e della mancanza di senso che attanaglia le persone, spesso, c’è proprio la non consapevolezza del limite. Allargare eccessivamente i propri confini porta a non sapere più chi si è. La storia ci insegna che gli imperi, spesso, sono caduti perché si erano estesi troppo cercando di dominare l’altrove, al di là di ogni limite”.

L’inconoscibilità dell’altro, il valore del limite, il riconoscimento della propria “finitezza”. Che è poi la consapevolezza di non essere onnipotenti, di essere, come avrebbero detto gli antichi, “mortali”. Siamo partiti dalla psicologia ma siamo finiti a parlare di spiritualità…

“Nell’incontro io-tu (o meglio tu-io) c’è un aspetto di sacralità, di trascendenza. Ci vuole molta umiltà per concepire il nostro essere limitati come una risorsa concreta e molto amore per ospitare in modo significativo la diversità dell’altro. Di solito, accettiamo l’impossibilità di conoscere Dio fino in fondo, in quanto sappiamo di non poterlo ridurre alle nostre categorie umane: Dio, infatti, non è un’immagine a somiglianza dell’uomo. Allo stesso modo, non posso conoscere l’Altro completamente ma, l’incontro con Lui, mi fa apprendere il senso e l’importanza di avere un mio confine entro cui decidere di accoglierlo. …Ed è bello pensare che Dio stesso, creando l’universo, si sia autolimitato poiché, per amore, ha voluto lasciare alle sue creature la libertà di scegliere”.

 

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